![]() 8 marzo 2008 La prevenzione In occasione dell’8 marzo credo che la mia ingombrante presenza sia necessaria per dare una testimonianza alle donne che vivono il forzato percorso chemio e radioterapico in seguito a patologie oncologiche. Ecco quindi che questo giorno, sempre dedicato alla donna, diventa un momento in cui noi donne possiamo volerci ancora più bene, non solo fiori gialli e cioccolatini, ma anche e soprattutto prevenendo –con l’informazione- i tumori femminili.
In questo contesto rieccomi! Fiduciosa nel futuro. E’ passato un anno, mi sono sottoposta a cicli trimestrali e annuali di esami di controllo, faccio questi esami, sicura che andrà tutto bene.. Ma se non dovesse essere così? Dovrei accettare di buon grado affrontando tutto ciò che ne verrebbe, con la sicurezza che alla fine tutto andrà bene. L’ottimismo non dovrà mai mancare. Mi si potrebbe dire: “parli proprio tu di ottimismo?“ infatti, l’autopalpazione e l’ecografie fatte ogni semestre, evidenziavano fibroadenomi di natura benigna. All’improvviso c’è stata la nuova calcificazione di tipo maligno. La mia tempestività e la disponibilità dei medici ad effettuare tutti i controlli (mammografia, ago aspirato), ha fatto si che si potesse intervenire precocemente con ottimi risultati. Ecco quindi che devo lodare l’ottimismo, e poi, me l’hanno detto più volte, se vado in depressione, apro una strada privilegiata al tumore.
Per le giovani donne (13/18 anni), oggi c’è
la possibilità di sottoporsi alla profilassi
Questo tumore, è legato –in un’alta percentuale di casi- alla presenza del virus HPV, Human Papilloma Virus. Se si ha una lesione provocata da questo virus, una parte di queste evolverà verso lesioni pretumorali. Ecco perché è importante questa vaccinazione, ecco ancora l’ottimismo! Possiamo fare molto per noi stesse, stringiamoci l’un l’altra in una rete di conoscenze, sostegno e reciprocità. Un caro saluto. C.C. Testimonianza di una donna che vive con la speranza di vincere il cancro… In occasione dell’8 marzo 2007 -- Il suono di quelle parole ancora rimbombano nelle mie orecchie, è il verdetto dell’oncologo: E’ un carcinoma mammario maligno… la medicina fa progressi tutti i giorni. In un attimo mi passò davanti tutta la mia vita, avevo visto persone care soffrire e morire. Avevo 36 anni due bimbi in tenera età, una separazione malvissuta e sulle spalle il peso del male del secolo: mi bastò. In quel momento non pensai a me stessa, ma ai miei figli e alle persone a me vicino bisognose del mio aiuto. Altre malattie avevano permeato la mia esistenza, ma questa, era sicuramente la più temibile. Abbracciai i figlioli fortemente, non piansi: capivo che non me lo potevo permettere, dovevo essere forte e ottimista. Iniziai un doloroso percorso. Facevo controlli frequenti: l’ecografia al seno, come consigliato dai medici, piccoli fibroadenomi tenuti sotto controllo, e qualche ciste sebacea, nulla di grave. Una sera, prima di Natale, mio figlio cucciolone, si poggiava con la testa al mio seno, come aveva sempre fatto. Sentii un dolore, poco più di un fastidio. Mi toccai il seno, e sentii questo nodulo fermo nella sua posizione, mi avevano spiegato che i noduli tumorali sono fissi, al contrario delle ciste che sono mobili al tatto. Il 28 del mese dovetti affrontare anche una dolorosa diatriba di separazione con il mio ex marito. Il mio medico curante, mi prescrisse un’urgente ecografia. Avevo oramai capito. Feci l’esame e il medico mi riferì la formazione di una nuova calcificazione, dovevo sottopormi alla mammografia. Questa (fatta più volte), confermò l’ecografia, ho dovuto insistere per fare l’esame, sembra che prima dei 40 anni non sia consigliabile. Era metà gennaio, l’ago aspirato diede la tremenda diagnosi: carcinoma mammario. Avere del panico lo trovai normale, aggiunsi questo grave problema alla lista dei miei guai, il mio pensiero maggiore, furono i miei bambini. I medici mi consigliarono di recarmi a Milano per curarmi. Chiamai alcuni cari amici nella capitale lombarda, che mi prenotarono per una visita da un famoso oncologo che visionò i referti da me inviati per posta. Il professore che mi visitò, aveva inizialmente previsto una quadrantectomia (asportazione parziale della mammella), ma dagli esami fatti in loco, decise la mastectomia (asportazione totale della mammella). Il nodulo, in poco tempo era passato da 2,5 cm di diametro a 5,5 cm! La diagnosi dell’oncologo fu: neoplasia mammaria destra con metastasi linfonodali ascellare. Ma anche in questo momento dovevo essere forte, prima dell’intervento, dovetti decidere sulla ricostruzione, dovevo scegliere se inserire l’espansore (una protesi temporanea che prepara la cavità sottocutanea per la successiva protesi definitiva). La mia voglia di vivere e tornare ad essere normale mi fece decidere l’inserimento nello stesso intervento dell’espansore. Sapevo che riuscendo a superare l’intervento e le successive cure, avrei vissuto la mia menomazione come un handicap anche psichico, mi sarei sentita meno donna? Il 10 febbraio, subii la mastectomia più la linfoadenoctomia ascellare. Quando mi svegliai dall’anestesia, sentivo dolori lancinanti. In un letto, fasciata e senza forze, l’unico giorno lontano da casa in cui non ho sentito per telefono i miei bimbi. Dopo i pochi giorni nella clinica, fui ospitata a Milano da chi mi accudì fraternamente. Antibiotici, antinfiammatori, antidolorifici sono le medicine che prendevo in quei giorni. Feci anche le visite previste per il controllo del drenaggio mammario, poi mi levarono i punti di sutura. Tornai giù a casa, con l’impegno di rivenire dopo venti giorni per i controlli e per andare in visita da una donna medico oncologo-senologo per le cure successive. Alla stazione c’era mio cognato che mi aspettava con la mia mamma. Che grande donna lei, mia madre, amata e rispettata da tutti, sempre pronta a soccorrere e ad una parola buona, l’ictus la rendeva goffa ma sempre splendida. Le nostre lagrime si intrecciavano, e l’abbraccio sembrò infinito. Ero io, adesso, a dirgli parole di conforto e d’ottimismo. Già il cielo le aveva dato il gran dolore della perdita della figlia quindicenne uccisa da questo male. A casa, arrivarono i bambini, ci abbracciammo, non fu detta una parola, mi toccavano e mi accarezzavano, grazie Dio! Passarono i giorni e mi ritrovai a Milano, il consulto con gli esperti oncologi mi ha consigliato un ciclo di chemioterapia e uno successivo di radioterapia e mi prescrissero i farmaci. Mi spiegarono che la chemioterapia e la radioterapia, servono per distruggere eventuali cellule tumorali residue e quindi ridurre il rischio della recidiva. Nel mio immaginario, associavo la chemio ad una serie di effetti collaterali insopportabili che avrebbero peggiorato una situazione psicologica già pesante. Ritornai a casa mia, e feci gli esami clinici necessari per affrontare la chemio. Iniziai quindi il ciclo di trattamento, sei sedute, una ogni ventuno giorni. Nausea, vomito, debolezza, inappetenza, e tanti altri sintomi, accompagnano questa cura. Anche la caduta dei capelli, prostra ancora di più. Ecco cosa significa vedersi diversa. In quel periodo, dovevo trovare tutte le motivazioni per andare avanti, ecco quindi che mettevo al mio carnet di cose belle i miei bambini, i miei cari, il lavoro – andavo a lavorare il giorno successivo alla chemio proprio per sentirmi ancora di più impegnata. Ringrazio ancora i miei colleghi e responsabili per la comprensione e la solidarietà che mi hanno dato. Il fato volle che durante la chemio, avessi un incidente con la mia auto, una vettura mi tagliò la strada improvvisamente. Al pronto soccorso, tra l’altro, feci la TAC che rivelò l’ematoma cerebrale. Ancora una volta in un letto di ospedale con sofferenze fisiche che non potevano essere alleggerite da antinfiammatori. La chemio, abbassa il numero di piastrine e quindi possono comparire emorragie, i globuli bianchi diminuiti, non mi permettevano di essere trattata con antinfiammatori Dopo l’incidente, feci l’ultima seduta di chemioterapia – finalmente! Iniziai la radioterapia, in una città a circa 100 Km da casa mia, negli ospedali a me vicini, non c’è quest’apparecchiatura. La terapia radiante, mi costringeva a stare ferma in qui pochi minuti affinché venisse colpita con precisione la zona tumorale. Mi causò un grave eritema sulla parte colpita, ma il maggior sforzo consisteva nel viaggio, che in una calda estate diventava ancora più pesante. Subii le 28 applicazioni, ogni giorno (tranne sabato e domenica). Da allora, feci tanti controlli, e ultimamente l’intervento di ricostruzione dove venne tolto l’espansore e collocata la protesi definitiva. Anche l’altro seno venne operato, è stato asportato un fibroadenoma e rimodellata la mammella conformandola all’altra. Pochi giorni fa, ho fatto un importantissimo esame, la scintigrafia ossea, che serve per rivelare eventuali metastasi ossee, che fortunatamente non ha evidenziato problemi. Ora si tratta di rifarlo annualmente, e di seguire tutte le prescrizioni diagnostiche trimestrali (mammografia, analisi del sangue, ecc.). Bisogna anticipare l’eventuale insorgenza di una recidiva, ma oggi i mezzi ci sono! Ogni donna può, purtroppo, trovarsi a vivere quest’esperienza, è quindi importante eseguire tutta la diagnostica preventiva, consigliata dai medici. Non facciamoci prendere dal panico e dallo sconforto! Dal tumore si può guarire, la scienza fa ogni giorno nuovi passi verso la sconfitta di questo male. Durante la fase cruciale della malattia, mentre ci si cura (radio, chemio) è importante tenere su il morale, appigliandosi con tutte le forze a tutto ciò che ci è caro. Facciamoci eventualmente aiutare da uno psicologo. Non mettiamoci molto a letto, e reagiamo con forza. Crediamo nella solidarietà e nella gente che ci si avvicina. Anch’io ho creduto fermamente ai medici che mi hanno seguito e mi seguono. Li ringrazio, e ringrazio anche tutto il personale paramedico e gli operatori del sociale con cui ho avuto contatto in questo periodo travagliato. Vedevo in loro, prima, dei dipendenti pubblici, oggi, vedo degli amici. Questa breve testimonianza, è volutamente scarna di particolari in quanto lo scopo è quello di affermare che si può vivere anche con una grave patologia come questa e vincerla. Invito chi ne sentisse il bisogno, a scrivermi una e-mail (indirizzo nella home page), risponderò portando la mia esperienza con la speranza di divenire amiche. C.C.
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